Nella notte fra il 13 e il 14 agosto due Eurofighter dell’Aeronautica militare, decollati dalla base di Šiauliai in Lituania nell’ambito della missione NATO di difesa aerea dei Paesi baltici, hanno intercettato e abbattuto un drone entrato nello spazio aereo della Lettonia. L’abbattimento è avvenuto sopra un’area disabitata della regione di Balvi, nel nord-est del Paese, e nella stessa operazione erano decollati anche due F-16 turchi dalla base estone di Ämari. [ANSA]
Quarantotto ore dopo, all’alba del 16 agosto, un F-18 spagnolo in missione di air policing ha abbattuto un altro drone entrato in Romania dalla Moldavia, a una ventina di chilometri a nord di Galați: il quarto velivolo senza pilota abbattuto dai romeni dall’inizio dell’anno. [ANSA]
Il secondo episodio ci riguarda come alleati. Il primo ci riguarda molto più da vicino, perché in quattro anni di guerra in Ucraina — quattro anni di forniture, sanzioni, vertici — nessun equipaggio italiano aveva mai ingaggiato un bersaglio in questo conflitto.

Che cosa è stato abbattuto

Le autorità lettoni non hanno attribuito ufficialmente la provenienza del velivolo: hanno riferito che era entrato nello spazio aereo nazionale a seguito di attività di guerra elettronica russa, mentre i media di Riga hanno ipotizzato si trattasse di un drone ucraino uscito di rotta durante un attacco contro obiettivi nel nord-ovest della Russia. Era già accaduto a giugno, quando ad abbattere un velivolo nelle stesse condizioni erano stati caccia francesi. Il ministro Crosetto ha rilanciato il ringraziamento della ministra degli Esteri lettone Baiba Braže e, secondo le ricostruzioni giornalistiche, ha avviato contatti con la NATO ritenendo plausibile che la deviazione sia stata provocata da sistemi russi. [Adnkronos, con le dichiarazioni di Braže]

Occorre essere precisi, perché su questi episodi si è già cominciato a raccontare qualsiasi cosa: non abbiamo abbattuto un drone russo e non siamo davanti a un’aggressione deliberata contro l’Alleanza. Resta però un fatto tecnico che merita attenzione, e riguarda il quando e il come sono cambiate le condizioni in cui i nostri piloti operano.

Le regole sono cambiate a luglio

Braže ha collegato l’abbattimento alle decisioni del vertice NATO di Ankara, che ha potenziato la missione baltica trasformandola da pattugliamento aereo in difesa aerea. Il comando alleato lo ha ribadito nella nota diffusa quel giorno, spiegando che il nuovo assetto consente di rispondere con maggiore flessibilità a una gamma più ampia di minacce. Era ora, aggiungo.
Le regole d’ingaggio dei nostri equipaggi, insomma, sono state modificate in sede di vertice a luglio, non in emergenza ad agosto.
Il vertice di Ankara del 7 e 8 luglio è stato riferito alle Camere. Il 22 luglio le Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato si sono riunite per ascoltare Tajani e Crosetto. Per curiosità (e per consuetudine), sono andata a leggere il resoconto stenografico di quella seduta, ed è un documento che merita di essere conosciuto.
Nella sua relazione il ministro della Difesa elenca gli impegni operativi italiani nell’Alleanza: la missione di Air Policing in Romania, una batteria SAMP-T in Turchia, sette velivoli destinati all’Allied Reaction Force del 2027, capacità navali, logistica, intelligence. Del passaggio dall’Air Policing alla difesa aerea deciso ad Ankara, e di che cosa comporti per gli equipaggi italiani schierati nel Baltico, non c’è traccia né nella sua relazione né in quella del ministro degli Esteri. Il cambiamento che tre settimane più tardi avrebbe portato un pilota italiano ad aprire il fuoco non è stato illustrato al Parlamento nella seduta convocata proprio per riferire sul vertice che lo aveva deciso.
Quanto alle domande dei parlamentari, non ce ne sono state nel merito. Dopo le due relazioni e l’intervento del presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare NATO, restavano pochi minuti e un tetto di tre minuti a intervento. Alcuni deputati (di opposizione ma anche Lega e FdI) hanno chiesto di aggiornare i lavori, giudicando irragionevole comprimere in uno spazio ristretto una discussione di quella portata. I ministri si sono detti disponibili a tornare. La seduta è stata sospesa cinquantacinque minuti dopo essere cominciata, senza che fosse posta una sola domanda.

Il dibattito è stato recuperato il 28 luglio nell’Aula Convegni del Senato, presidenza Gasparri, e questa volta si è svolto per intero: circa un’ora e mezza, un giro di interventi per gruppo più quattro richieste aggiuntive, e repliche di entrambi i ministri.
Si è discusso della soglia del 3,5%, del fondo SAFE, del disimpegno americano, del pilastro europeo dell’Alleanza, dell’Ucraina, del Libano, di Hormuz, di intelligenza artificiale e di disinformazione.
Della missione baltica, degli aerei italiani schierati a Šiauliai e del passaggio dall’air policing alla difesa aerea, nessuno dice nulla. Non i ministri, non i parlamentari, in nessuna delle due sedute dedicate al vertice che quel passaggio aveva deciso.
Va detto, perché è agli atti della stessa seduta, che il Governo rivendica con qualche ragione la propria disponibilità a riferire. L’on. Carfagna parla di sensibilità democratica e ricorda che nel 1999 il governo D’Alema decise la partecipazione italiana all’operazione NATO in Kosovo informando il Parlamento due giorni dopo.
Il problema però non è un esecutivo che si sottrae: un sistema di controllo che funziona con questa frequenza non ha intercettato la sola modifica che, nel giro di tre settimane, avrebbe cambiato ciò che un pilota italiano è autorizzato a fare in volo.

Quello che il Parlamento aveva già davanti

Il 9 giugno, presidenza Gasparri, le stesse Commissioni congiunte avevano ascoltato i due ministri sulla delibera che autorizza le missioni internazionali per il 2026. In quella relazione Crosetto include, fra le attività italiane sul fianco est dell’Alleanza, le Forward Land Forces, l’Air Policing, l’Air Shielding e la partecipazione alle Standing Naval Forces. La missione che ad agosto ha prodotto l’abbattimento è dunque autorizzata e nota: ciò che non è mai stato portato in Parlamento è il mutamento del suo assetto deciso ad Ankara un mese dopo.

Nella stessa seduta Tajani riferisce di un drone che aveva violato lo spazio aereo romeno colpendo un edificio residenziale e ferendo due civili, fra cui un minore. Lo definisce inaccettabile, dice di averlo condannato con la massima fermezza e di aver telefonato alla omologa rumena Oana Toiu. A giugno, dunque, una violazione dello spazio aereo di un Paese alleato viene portata spontaneamente all’attenzione delle Camere. Ad agosto, quando a intervenire sono aerei italiani, no.

Le Camere si possono convocare ad agosto.. questione di metodo

Dopo il 14 agosto, comunque, non è successo niente: nessuna riconvocazione, nessuna informativa del Governo. Il primo ingaggio a fuoco di un equipaggio italiano in questa guerra è arrivato all’opinione pubblica attraverso il rilancio sui social di un ringraziamento straniero.
Nel calendario della III Commissione, dal 13 agosto a oggi non risultano sedute in alcuna sede. Se si spulcia l’archivio della Commissione, però, si legge che il 6 agosto 2024 le Commissioni Esteri di Camera e Senato si riunirono per ascoltare il ministro degli Esteri sulla situazione in Medio Oriente e in Venezuela, e che il 14 giugno 2025, di sabato, tornarono a riunirsi sulla crisi fra Israele e Iran. Quando la volontà politica c’è, il Parlamento si convoca in agosto e anche di sabato. Il problema non è dunque il calendario, ma la decisione di non considerare questi fatti materia da sede parlamentare.

Non sostengo che il Governo abbia nascosto qualcosa, anzi. Sostengo qualcosa di meno spettacolare e più scomodo, perché chiama in causa anche il Parlamento.

In due sedute dedicate ad Ankara, con una ventina di parlamentari intervenuti fra le due Camere, nessuno ha chiesto che cosa comportasse per gli equipaggi italiani il passaggio dall’Air Policing alla difesa aerea sul fianco est. Si è discusso a lungo di percentuali di PIL, di fondi europei, di rapporti con Washington. Della sola decisione destinata a tradursi in un atto operativo entro tre settimane, niente. Poi il colpo è stato sparato, e in quel momento le Camere erano chiuse e nessuno le ha riaperte.
La domanda che ne deriva non ha colore politico e resterebbe identica con qualunque maggioranza: quando le regole d’ingaggio dei nostri equipaggi cambiano in sede di vertice, e quando quelle regole producono per la prima volta un colpo sparato, a chi spetta riferire al Parlamento, entro quali tempi e in quale forma? Allo stato, nessuna di queste tre domande ha risposta. Tajani ha osservato, ed è vero, che i tempi delle audizioni li decide la Conferenza dei capigruppo: ma proprio per questo la responsabilità è condivisa, e non si esaurisce con l’informativa concessa.
Ho fatto parte della Commissione Difesa e della Commissione Esteri e conosco bene la fatica di una convocazione in piena estate (quasi mistica quella convocata il 16 agosto 2021 alle 16 per discutere del ritiro frettoloso dall’Afghanistan) quanto la facilità con cui, in un’audizione affollata, si finisce per chiedere conto in maniera superficiale e ripetitiva di ciò che galleggia sul pelo dell’acqua e che tutt’al più cerca di rispondere ad un personale bisogno di conferme ma non scalfisce che la superficie del dibattito. Il controllo parlamentare non si misura dal numero delle informative: si misura da ciò che in quelle informative viene chiesto.

A settembre le Camere riapriranno e con ogni probabilità qualcuno chiederà un’informativa. Sarà comunque utile, anche se in ritardo di un mese sui fatti.