Quindici anni di grafica: cosa resta quando cambia tutto

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Ho cominciato come si comincia in questo mestiere: con stage non pagati. Non entusiasma nessuno, e non entusiasmava me, ma sapevo che era quella la mia strada.
Il primo impiego vero è stato a Pubblinews, un settimanale di carta. Il mio compito era impaginarlo, controllarlo e consegnarlo alla tipografia nel formato giusto. Settemila caffè, i titoli che il direttore dettava al volo, la corsa per chiudere sempre in tempo. L’editoria è un postaccio fatto per pochi. Ma il sabato avevo la copia in mano, e quella copia mi diceva due cose insieme: quello che avevo fatto bene e i dettagli su cui il numero dopo avrei dovuto stare più attenta. Non conosco sistema di valutazione più onesto di un giornale stampato che non puoi più correggere.

La tipografia, dove ho imparato il mestiere

Dopo una pausa è arrivata la tipografia, e con lei la possibilità di vedere con i miei occhi quei cilindri enormi dare forma alle mie idee.
Le mie creazioni sono sempre state digitali: nascevano sul Mac e finivano sulla carta stampata. Ma in mezzo, allora, c’era un passaggio che oggi non esiste più. Realizzavo i negativi, che venivano impressi sulle lastre; le lastre si sviluppavano e si montavano sulle macchine da stampa. Da lì in poi era una cosa che si guardava.
In un angolo c’erano ancora i contenitori di legno con le lettere di piombo, composte al contrario per stampare dritto, con pochissimi stili disponibili. Chi ha lavorato solo a schermo fatica a immaginare cosa significhi: che ogni scelta tipografica costava tempo e braccia, oltre a tantissima attenzione, e quindi si faceva solo se serviva a qualcosa.
E poi c’era il colore. Lavoravo in CMYK, ma spesso, per ragioni di costo, si stampava a uno o due colori soltanto. Lì stava la parte interessante: ottenere gli altri colori con le sovrapposizioni e le sfumature, far sembrare ricca una tavolozza che era povera per contratto. Non è una cosa che si trova nei manuali. Sono trucchi del mestiere, e si imparano in mezzo alle macchine.
La carta, gli spessori, la finitura. Un progetto che funziona a monitor e non funziona stampato è un progetto sbagliato, e te ne accorgi solo se sei stata lì.
Poi un’altra pausa, per finire gli studi.

Il Racing

Nel 2012 sono approdata a tutt’altro: la grafica per il settore del racing, da Gatel.
Colori accesi, contrasti forti, linee nette e marcate. Non è stato facile assorbire quel linguaggio, agli antipodi della mia sensibilità. Ma era un mondo che da un’altra prospettiva adoravo già, e una volta entrata è stato il massimo.
Nel racing tutto deve comunicare la stessa cosa: grinta, velocità, sfida, motori, ingranaggi, fibra di carbonio. Non c’è spazio per la sfumatura, e questo è un vincolo più difficile di quanto sembri: quando ogni elemento deve gridare, distinguersi diventa un problema tecnico.

Tenda paddock con pannelli grafici stampati per il team Howard's Motorsports Driver Development: stemma su fondo rosso, blu e nero con motivo grigio a volute.

Il lavoro vero, però, non era sui colori. Era capire cosa volesse ogni team, mantenere una coerenza fra la livrea dei mezzi, le tute dei piloti, i dettagli che volevano mettere in evidenza. Vederli poi soddisfatti, che si fotografavano dopo una gara davanti alle loro strutture, per me era un passo avanti ogni volta. E negli scatti degli SKUSA a Las Vegas le nostre tende e le nostre motorhome facevano sempre la loro porca figura.
Dal 2013 al 2017 ho seguito anche i canali digitali dell’azienda: la pagina Facebook, le immagini e i contenuti del sito

Il cliente che non sa cosa vuole

Clienti con poche idee e ben confuse sono stati il mio pane quotidiano. Vanno accontentati — ma non assecondati, che è una cosa diversa, soprattutto quando le richieste sono improbabili.
Perché questo fa parte del compito. Un buon grafico indirizza il cliente verso una visione più chiara della sua stessa idea: stabilisce con lui cosa si vuole ottenere davvero, e poi cerca il modo di ottenerlo, possibilmente il più economico.
È la parte del lavoro che non si vede nel risultato finale, e infatti è quella che nessuno mette nel preventivo.

Cosa non è cambiato in quindici anni

La lettura lenta.

L’ho imparata in tipografia, dove un errore non si corregge dopo: rileggere piano, con lo sguardo che va a cercare lo sbaglio invece di scorrere sul senso. In quello sono bravissima, e lo dico senza modestia perché è una competenza che si costruisce e non un talento.
È anche l’unica cosa che mi sono portata dietro identica ovunque. Serve su una bozza di stampa e serve su un testo normativo. Serve su un documento di trenta pagine che qualcuno ti chiede di controllare per ieri. Chi legge veloce vede quello che si aspetta di vedere; chi legge lento vede quello che c’è scritto. In quindici anni ho cambiato supporti, programmi e settori, e ho continuato a fare esattamente questo.

Perché la decorazione è la parte facile

La grafica non ha pretese di insegnare niente. È una rappresentazione mentale che diventa colore e prende forma.
Il punto è che quella rappresentazione, all’inizio, non è nella testa del grafico. È nella testa del cliente, quasi sempre in modo confuso, e spesso senza le parole per dirla. Più il grafico riesce a leggerla lì dentro e a definirla, migliore è il risultato in termini di messaggio che arriva.
Per questo la decorazione è la parte facile, alla portata di chiunque. Abbellire si impara. Capire cosa una persona sta cercando di dire, e restituirglielo in una forma che lo dica meglio di come lo direbbe lei, è un’altra cosa.

Il portfolio che non posso mostrarvi

C’è una domanda che a chi fa questo mestiere viene rivolta sempre, e quasi sempre da chi non ha idea di cosa stia chiedendo: dov’è il suo portfolio?
Quindici anni di lavoro da dipendente producono una quantità enorme di materiale che non appartiene a chi lo ha fatto. Volantini, brochure, manifesti, impaginati, immagini coordinate: i diritti di sfruttamento sono dell’azienda o della tipografia, non miei. Il mio nome non compare da nessuna parte, e non deve comparire: è così che funziona il lavoro dipendente, in questo settore come in tutti gli altri.
Il paradosso è che si finisce per chiedere un portfolio proprio a chi ha lavorato di più. Chi ha fatto quindici anni in azienda ha prodotto migliaia di pezzi e può mostrarne pochi. Chi ha fatto tre lavori da freelance li mostra tutti.
Non è una lamentela e non è un alibi: i materiali pubblicati, quelli usciti nel mondo, si possono mostrare, e li mostrerò. È solo un invito a leggere l’assenza per quello che è. In questo mestiere la quantità di lavoro che una persona ha fatto e la quantità che può esibire non sono la stessa cosa, e confonderle significa scartare esattamente le persone che hanno lavorato di più.