Una proposta, più che una riflessione, per chi avesse la voglia e il coraggio di fare un po’ di autocritica
Domenica 18 ottobre, largo Cairoli, Milano. Un bambino di undici anni si aggira tra gli scontri, accanto a un cestino in fiamme, con l’aria di chi lo fa da sempre. Fa la seconda media, vive alla Barona, ed è alto poco più di un metro e trenta. Lo sappiamo perché qualcuno lo stava filmando.
Nel video si sente una voce fuori campo che lo prende in giro per la statura. Ride, commenta, e continua a riprendere. Nessuno gli si avvicina, nessuno gli chiede come si chiama, nessuno lo prende per un braccio e lo porta via. In poche ore quel video ha fatto il giro dei social. Abbiamo guardato tutti il bambino. Io vorrei che guardassimo anche chi tiene il telefono, perché in quella scena c’è già tutto quello che dobbiamo capire.
Partiamo dalla responsabilità più grave: le giornate di Milano non sono nate dal nulla. La chiamata era già stata lanciata nei weekend precedenti in altre città lombarde, senza successo, e poi è esplosa sui social, soprattutto su TikTok. Qualcuno l’ha scritta, rilanciata, ha insistito finché ha attecchito. Non è stato un bambino di undici anni.
Per evitare eventuali malintesi, aggiungo un inciso: non giustifico l’atto, ma guardo alla imponente organizzazione che non è oggettivamente alla portata di un tredicenne o di un undicenne.
Chiunque sia stato, un gruppo organizzato o un ragazzo più grande in cerca di follower, sapeva o doveva sapere chi avrebbe risposto. Ha chiamato in piazza dei bambini. E i bambini sono finiti davanti agli scudi, nelle questure, nei video virali che li inseguiranno per anni.
Le indagini diranno se dietro c’è un disegno più ampio. Intanto un fatto è certo: chi ha acceso la miccia va individuato e deve rispondere di ciò che ha fatto. Per quei ragazzini, da madre, provo un’istinto di protezione; verso chi li ha usati, nessuna indulgenza.
Esserci o essere visti
Quei ragazzini non chiedevano niente, non c’erano rivendicazioni, né slogan, né un obiettivo. C’era lo spettacolo, e lo spettacolo era il fine. Esserci conta meno che essere visti esserci.
A undici anni anche noi eravamo guardati: dalla nonna, dall’istruttore di karate, dai vicini, dalla piazza del paese. Era uno sguardo che conosceva il nostro nome, che ci riconosceva e ci correggeva. Se combinavi qualcosa, la sera lo sapeva tua madre e qualche volta le prendevi pure.
Oggi lo sguardo che conta è quello di un pubblico anonimo, che premia senza conoscerti e senza chiederti conto di niente. E siccome si annoia in fretta, per essere visti bisogna alzare il tiro ogni volta. In questa logica la violenza è il contenuto. Abbiamo moltiplicato lo sguardo che filma e smantellato quello che chiama per nome.
Lo specchio
Sarebbe comodo dare la colpa ai social e chiudere qui. Ma i ragazzi non hanno inventato niente. Hanno preso la grammatica degli adulti e l’hanno portata all’estremo, come fanno sempre gli adolescenti. Noi mostriamo l’aperitivo e il sorriso, loro la vetrina sfondata. Il gesto di fondo è lo stesso: esisto se qualcuno mi vede.
Noi, nati tra la fine dei Settanta e gli Ottanta, abbiamo avuto genitori e nonni che ci hanno insegnato il peso delle cose: il lavoro, la parola data, la vergogna quando si sbagliava. Quella lezione l’abbiamo ricevuta e non l’abbiamo passata. Siamo diventati adulti piagnoni, che si lamentano di tutto e non rispondono di niente. Chiediamo ai figli di posare il telefono mentre fotografiamo lo spritz. Davanti a un figlio in questura, cerchiamo prima un colpevole fuori casa. Abbiamo smesso di educare perché educare vuol dire dire di no, reggere un conflitto, essere impopolari, e noi volevamo piacere. Anche ai nostri figli. Soprattutto a loro.
Pesa anche la povertà di strumenti culturali, che riguarda tutti: secondo l’OCSE, più di un italiano su tre comprende al massimo testi brevi e semplici. E nelle prove INVALSI 2026 solo il 57% degli studenti di terza media raggiunge il livello atteso in italiano: è l’età di quei ragazzini. Chi fatica a leggere un testo fatica anche a leggere il mondo, e a riconoscere una trappola quando gliela presentano come un gioco.
Incanalare, non reprimere
Le risposte arrivate in questi giorni, il fermo preventivo anche per i minori e i genitori chiamati a pagare i danni, erano strumenti normativi già esistenti, arrivano a fatti già accaduti e non bastano. Quella che stiamo vivendo è una grande trasformazione, e le grandi trasformazioni non si fermano: si incanalano.
Nella Torino dell’Ottocento le strade erano piene di adolescenti sradicati dall’industrializzazione, senza famiglia vicina e senza nessuno che li guardasse. Don Bosco non li ha rinchiusi: ha aperto l’oratorio. Intorno sono nati lo scoutismo, le società sportive, le case del popolo. Erano istituzioni di massa, capillari e stabili, che davano a quell’energia una forma.
Il bisogno di essere visti, a undici anni, è legittimo. Fa parte del crescere. Il punto non è spegnerlo, ma offrirgli un palco dove si viene visti per aver costruito qualcosa, non per averlo distrutto.
Le case degli sguardi
A undici anni stavo con mia nonna, in palestra, con gli amici. Non lo dico per nostalgia. Lo dico perché in quelle tre parole c’è una rete che nessuno aveva progettato: un adulto che non era un genitore, un luogo con delle regole e qualcuno che le faceva rispettare, dei coetanei in carne e ossa. In troppi quartieri quella rete non esiste più. Va ricostruita, e non possiamo lasciarlo al caso.
Le chiamo case degli sguardi: luoghi dove i ragazzi tornano a essere visti da qualcuno che conosce il loro nome. Non serve costruirle da zero. Le scuole hanno già aule, palestre e laboratori: apriamole fino a sera, tutti i giorni, anche il sabato.
Ma i muri non bastano. Servono persone: un ragazzo si fida di un adulto dopo mesi, non dopo settimane. Per questo non possiamo affidarci a progetti di dodici mesi e a bandi che finiscono proprio quando la fiducia comincia. Gli educatori devono essere personale pubblico e stabile, come gli insegnanti. È una scelta che costa, ma va fatta lo stesso. Quello che non spendiamo oggi in educazione lo pagheremo domani in questure, tribunali e vetrine sfondate.
La stessa domanda
Torniamo in largo Cairoli. In quel video la voce fuori campo chiede al bambino dove stia andando, e intanto ride e continua a filmare.
Immaginiamo la stessa domanda fatta da qualcuno che quel bambino lo conosce. Un educatore del quartiere, un allenatore, una vicina. Qualcuno che lo chiama per nome, mette giù il telefono e lo riaccompagna a casa. Tutta la differenza sta lì: tra chi guarda per riprendere e chi guarda per trattenere.
Ricostruire quello sguardo non è un’impresa impossibile. È una scelta. Spetta alla politica farla, e spetta a noi adulti pretenderla: smettendo, per una volta, di lamentarci, e cominciando a dare risposte.
Fonti
