Ingresso della Biblioteca civica Pietro Acclavio di Taranto, con la targa "agorà della cultura"
Ingresso della Biblioteca civica Pietro Acclavio di Taranto, con la targa "agorà della cultura"

Che cosa è successo domenica alla Giornata Europea della Cultura Ebraica, e perché quella protesta aveva sbagliato indirizzo

Domenica 6 settembre ero alla Biblioteca civica “Acclavio”, in via Salinella, per la Giornata europea della cultura ebraica. Si tratta di un evento celebrato in una trentina di Paesi e in Italia è promossa dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Quest’anno, per la 27a edizione, il filo conduttore scelto era l’Amore: la sezione cittadina, una realtà nata da poco e piccolissima, è riuscita ad organizzarla anche a Taranto.

Preciso che cosa fosse perché da lì discende tutto il resto: una mattinata di cultura, fatta da cittadini italiani che si riuniscono per parlare di come l’amore è raccontato e cantato nei loro testi. Nessun governo, nessuna rappresentanza diplomatica.

Io c’ero perché sono vicina a Eugenia Graubardt De Mattei, che a Taranto questa realtà la tiene in piedi con una tenacia che andrebbe raccontata a parte, e quando posso le do una mano. E perché il tema mi appartiene: il Mediterraneo ha unito i popoli molto prima di dividerli, e Taranto dovrebbe essere un avamposto di quell’apertura.

Che cosa è successo

Fuori dalla biblioteca si è radunato un gruppo di manifestanti, fra cui alcuni esponenti sindacali e di gruppi locali. Non faccio nomi, e non perché non li conosca: dare visibilità ai singoli è precisamente ciò che quella modalità di azione cerca.

Le forze dell’ordine hanno lavorato con pazienza per abbassare la tensione, e si è concordato un confronto ristretto: una piccola delegazione di noi che eravamo dentro, di cui ho fatto parte, e tre donne fra coloro che manifestavano.

Il confronto è stato civile e, a suo modo, chiarissimo. La richiesta era una sola: entrare. Ho chiesto allora l’unica garanzia che avrebbe reso la cosa praticabile, cioè che l’ingresso non si trasformasse in un’interruzione dell’incontro. La risposta è stata onesta e la riporto per quello che è: possiamo rispondere solo per noi tre, non per gli altri.

Preso atto che quella garanzia non c’era, ho proposto un’alternativa: rinviare il confronto ad un’altra occasione, dedicata a quei temi specifici e organizzata come si deve, invece di sovrapporlo a un evento già in corso, che non era la sede di un dibattito di politica internazionale. Le tre sono rimaste fuori. L’incontro è proseguito e si è concluso regolarmente.

Alla mia proposta di organizzare insieme un evento successivo hanno risposto: «no, tanto non ce lo faranno mai organizzare».

Quella frase

Chi cerca davvero un confronto non lo rifiuta in anticipo, attribuendone l’impossibilità a un divieto che nessuno aveva pronunciato né minacciato. Quella frase dice che il confronto non era l’obiettivo. L’obiettivo era impedire che quella mattina l’evento si svolgesse.

Manifestare è un diritto, e contestare la politica di un governo è uno degli assi portanti di una democrazia. Interrompere l’iniziativa culturale di qualcun altro è un’altra cosa, e si chiama togliergli la parola.

Il malinteso

Qui arrivo al punto, e lo dico nel modo più chiaro che posso, per non essere fraintesa a mia volta.

Criticare le scelte del governo israeliano è legittimo. Il dolore per quello che accade a Gaza è reale e non ho intenzione di sminuirlo in alcun modo, anzi. Chi si mobilita per la popolazione civile palestinese non ha bisogno di alcuna autorizzazione, e nella grande maggioranza dei casi lo fa in buona fede.

Ma davanti a quella porta, domenica, non c’era il governo di Netanyahu. C’era una comunità di cittadini italiani.

La richiesta che quel presidio poneva era esplicita, e non la ricavo dalle parole scambiate sul marciapiede. Il presidio aveva una piattaforma, un appello diffuso nei giorni precedenti, che chiedeva alla sezione ebraica di Taranto di rendere pubblica la propria posizione: di dire se condanna quanto sta avvenendo a Gaza e se è favorevole a interrompere i rapporti istituzionali, economici, accademici e culturali con Israele. Solo dopo, eventualmente, avrebbe avuto titolo per parlare di amore.

È la pretesa che alcune persone paghino un pedaggio di innocenza per fatti che non hanno commesso, in ragione di ciò che sono. A nessun’altra associazione culturale si chiede di premettere ai propri incontri un attestato di dissenso dal governo del Paese con cui ha un legame religioso o d’origine. Detto in modo brutale: è come sostenere che tutti gli italiani sono di estrema destra perché al governo c’è Giorgia Meloni. A un italiano nessuno lo direbbe, e chi lo dicesse verrebbe preso per sciocco. Eppure il paragone è perfino generoso verso chi contestava domenica, perché fra un cittadino italiano e il suo governo un legame c’è, ed è il voto: e nemmeno quel legame autorizzerebbe l’inferenza. Fra un ebreo italiano e il governo israeliano non c’è invece nulla di simile. Non lo elegge, non ne è cittadino, non ne risponde. L’unica cosa che glielo attribuisce, agli occhi di chi lo contesta, è la religione. Che è esattamente il punto.

È il ragionamento per blocchi omogenei, quello che in politica estera produce i disastri peggiori e che nella vita di una città produce i presidi davanti alle porte.

Quell’appello l’obiezione se l’aspettava e la respingeva in anticipo: sostenere che criticare le posizioni di una comunità ebraica sia antisemitismo, vi si legge, sarebbe un rovesciamento inaccettabile. Sul principio hanno ragione, e lo concedo volentieri. Un’organizzazione ebraica che assume una posizione politica può essere criticata per quella posizione come chiunque altro, e chi la critica non merita alcun sospetto.

Ma domenica non è successo questo. La contestazione non era rivolta a un documento o a una dichiarazione di qualcuno: era rivolta a una mattinata di cultura, organizzata da una realtà diversa e locale, e veniva esercitata piantandosi davanti alla porta. Fra il criticare una posizione e il subordinare a un esame politico l’accesso alla vita culturale di una città corre tutta la differenza che conta: la prima cosa è discussione, la seconda si chiama antisemitismo.

Non serve odiare per praticarla, e credo sinceramente che molti di quelli che stavano là fuori non odino nessuno: basta chiedere ad alcuni cittadini una prova che non si chiede agli altri. È un meccanismo che si insinua senza dichiararsi e per questo va nominato: non per aggredire chi lo mette in atto, ma per dargli modo di rendersene conto.

Il bersaglio era altrove

Due giorni dopo, l’8 settembre, dodici Paesi hanno annunciato restrizioni al commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei Territori occupati, illegali secondo il diritto internazionale: Regno Unito, Francia, Canada, Spagna, Irlanda, Portogallo, Polonia, Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia e Islanda, con una dichiarazione congiunta dei rispettivi ministri degli Esteri. L’Italia non ha firmato: personalmente la ritengo una cosa gravissima. Insieme alla Germania, è la grande assente fra le diplomazie dell’Europa occidentale.

Il ministro Tajani ha spiegato che decisioni di questo tipo vanno prese a livello europeo, e che il Regno Unito nell’Unione non c’è. L’obiezione si smonta da sola: otto dei dodici firmatari sono Stati membri, e l’Italia è fra i governi che negli ultimi due anni hanno più contribuito a frenare, nei tavoli comunitari, proprio quelle iniziative europee che oggi invoca come unica sede legittima. Si rimanda a una sede che si concorre a paralizzare, e intanto non si decide.

Le colonie in Cisgiordania non sono un capitolo secondario del conflitto: sono il fatto materiale che rende ogni giorno meno praticabile qualunque soluzione negoziata. Un governo che dichiara di volere due Stati e poi si sottrae all’unica iniziativa che colpisce economicamente ciò che li sta rendendo impossibili sostiene due cose che non stanno insieme.

Non è una posizione che assumo oggi per comodità polemica. Nell’agosto del 2021 presentai alla Commissione Affari Esteri della Camera una risoluzione sul rilancio del processo di pace in Medio Oriente, la 7-00712, poi discussa insieme a quelle di altri colleghi. Ci scrivevo che occorre superare i facili schemi ideologici che puntano a individuare «il colpevole», e che questo non significa rinunciare a individuare responsabilità precise da entrambe le parti, ma riconoscere che non si ha a che fare con blocchi omogenei. Chiedevo anche che in un percorso di pacificazione si tenesse conto delle diaspore, che da entrambe le parti attraversano trasversalmente mondi diversi e interconnessi.

Cinque anni dopo mi tocca ricordarlo sul marciapiede di una biblioteca, davanti ad un presidio che una diaspora ce l’aveva a un metro di distanza e la trattava come un avamposto nemico. Il bersaglio vero non stava in via Salinella.

Aggiungo la cosa che mi lascia più amareggiata. Quando le sedi che dovrebbero decidere restano vuote, e per anni continuano a restare vuote, la rabbia non si dissolve: si sposta e cerca un bersaglio a portata di mano. Questo non la giustifica. Ma chi passa la domenica mattina davanti all’ingresso di una biblioteca, invece di chiedere conto al proprio governo di una firma mancante, sposta i riflettori esattamente dove a quel governo conviene che stiano.

Il mare, non il ghetto

Alcuni anni fa, quando ero in Commissione Affari Esteri, scrissi per il CeSPI un contributo intitolato «Il dialogo interreligioso come strumento di pace per i popoli del Mediterraneo». Ragionavo su come le nostre città somiglino agli antichi emporia, dove lingue, musiche e cibi diversi convivevano perché il lavoro e gli scambi lo imponevano, e su come oggi la risposta alla complessità sia spesso opposta: il chiudersi in cerchie ristrette, incapaci di affacciarsi fuori dalla propria zona di comfort. I ghetti urbani, dove maturano gli identitarismi.

Domenica ho visto quel meccanismo funzionare nella mia città. Un gruppo che si compatta attorno a una causa giusta e, nel farlo, sceglie il bersaglio sbagliato perché è l’unico a portata di mano: i vicini di casa che nel proprio schema mentale stanno dall’altra parte. Il mare che dovrebbe mettere in comunicazione diventa un confine da presidiare.

La proposta resta

La ripeto qui, pubblicamente. Sono disponibile a un confronto serio su Gaza, sul diritto internazionale e sulle responsabilità politiche, in una sede propria e annunciata, aperta a chiunque voglia parteciparvi e in cui si possa esprimere pacificamente il proprio punto di vista, senza che nessuno debba prima esibire una dichiarazione di innocenza.

Nessuno ce lo impedirà. L’unica cosa che serve è volerlo.