Taranto ha aperto i Giochi del Mediterraneo con l’immagine di un corpo morto che torna in piedi. Non era soltanto una coreografia: era un autoritratto.
C’è stato un momento allo stadio Iacovone in cui 16500 persone hanno smesso di applaudire e sono rimaste in silenzio.
L’Atleta caduto
Una figura enorme fa il suo ingresso in campo: fino a un attimo prima sta a terra, poi quasi riemergendo dall’oltretomba, la testa che si muove piano come chi combatte contro qualcosa che nessuno riesce a vedere. Il corpo cerca un appoggio. Si è rialzato. E in una fase successiva ha cominciato a correre, danzando su una carta del Mare Nostrum disegnata sul prato.
Non credo che in quello stadio ci fosse una sola persona che non abbia capito di chi si stesse parlando.



Chi è l’Atleta
Non è un simbolo inventato per l’occasione. L’Atleta di Taranto è esistito davvero: un uomo del V secolo avanti Cristo, sepolto in città con onori che a Taranto si riservavano a pochissimi, ritrovato nel 1959. È l’unico atleta dell’antichità greca la cui sepoltura sia arrivata fino a noi integra. Le anfore deposte con lui raccontano quattro vittorie nel pentathlon ai giochi panatenaici — e sono state proprio quelle discipline, ricomposte in cielo da decine di droni sopra lo stadio, ad aprire la cerimonia prima che la scritta “Taranto 2026” si accendesse sulla città.
Un corpo sepolto sotto terra per venticinque secoli e un disegno di luce sospeso nel cielo. La distanza fra questi due punti è esattamente la storia che Taranto ha scelto di raccontare di sé.
Perché quella caduta ci riguarda
La lettura è trasparente e non ha bisogno di essere spiegata a chi vive qui.
Questa è una città ferita dalla produzione industriale pesante. Lo è nei polmoni, nei quartieri, nei bilanci familiari, nelle biografie di migliaia di persone che hanno dovuto scegliere fra il lavoro e la salute, una scelta che nessuna comunità dovrebbe essere costretta a fare. La caduta dell’Atleta non è metafora astratta: è la cronaca di decenni.
Ma la coreografia non finiva a terra. Finiva con un uomo che si rimette in piedi e alza gli occhi.
E il cielo, venerdì sera, non era vuoto. Era pieno di luci che ricomponevano le imprese di un campione tarantino di 2500 anni fa. Il messaggio, per chi guardava dagli spalti, era meno consolatorio e più esigente di quanto sembri: guarda in alto e ricordati di che cosa sei capace. Non “andrà tutto bene”, piuttosto: l’hai già fatto, puoi rifarlo.
È questo che rende quella scena diversa dalla solita retorica del riscatto. La speranza che infonde non è un dono che arriva dall’esterno. È una memoria restituita.
La cerimonia dell’acqua
Accanto alla figura dell’Atleta, l’altro grande elemento guida della serata è stata l’acqua. Per Taranto non è mai un semplice elemento scenografico: è la sostanza stessa della sua identità, sospesa come è tra il Mar Grande e il Mar Piccolo. Il rito ha visto la confluenza in un unico bacino di acque simbolicamente raccolte da ogni sponda e paese del Mediterraneo, celebrando il mare come elemento condiviso e unificatore.
L’acqua portata in scena ha agito da doppio filo narrativo: da un lato la forza che lava e purifica, che bagna le ferite di una storia complessa; dall’altro la via liquida che non separa, ma connette le sponde del Mediterraneo. Un elemento che scorre, si adatta, scava la roccia e non si ferma mai, proprio come la determinazione di una comunità che cerca il proprio riscatto.
Adesso viene la parte difficile
I Giochi dureranno fino al 3 settembre: 26 nazioni, oltre 3800 atleti, 33 discipline. È il più grande evento internazionale mai ospitato in Puglia, aperto ufficialmente dal Presidente della Repubblica, accolto da un’ovazione al suo ingresso in tribuna — e non è un dettaglio di cerimoniale, perché la presenza del Capo dello Stato dice che questa città è considerata parte integrante della Repubblica e non un problema da amministrare a distanza.
Poi le luci si spengono, le delegazioni tornano a casa, i giornalisti smontano le postazioni. E resta la domanda che conta: che cosa rimane il 4 settembre?
Su questo vale la pena essere precisi, perché la legacy di un grande evento non è un effetto collaterale automatico. Non succede da sola. Si programma prima, si finanzia dopo e si misura per anni.
Rimangono impianti: lo Iacovone rinnovato, le strutture ammodernate secondo un modello che ha scelto di recuperare l’esistente invece di costruire nuovo (scelta corretta, e non solo per ragioni di bilancio). Ma un impianto senza un piano di gestione ordinaria diventa un costo, e in Italia abbiamo un repertorio piuttosto ampio di cattedrali sportive lasciate a se stesse dopo il taglio del nastro. La differenza fra un investimento e uno spreco si decide nei dodici mesi successivi all’evento, quando l’attenzione mediatica è finita e restano solo i capitoli di spesa per la manutenzione, le convenzioni con le scuole, il calendario delle federazioni, il personale.
Rimangono competenze: centinaia di persone che hanno imparato a far funzionare un’organizzazione internazionale complessa, dalla logistica all’accoglienza delle delegazioni. È un capitale professionale reale, e ha una durata breve se non viene messo a sistema in fretta.
E rimane una posizione. Taranto si è presentata al Mediterraneo come ponte fra tre continenti: è la vocazione più antica di questa città e, oggi, anche la più concreta. Nei quattro anni in cui mi sono occupata di politica estera in Parlamento, e in particolare di Mediterraneo e Africa, ho visto quanto poco basti perché un territorio scompaia dalle mappe delle relazioni internazionali: basta smettere di presentarsi. Le relazioni istituzionali funzionano per continuità, non per eventi. Una cerimonia apre una porta ma sono i due anni successivi — accordi, gemellaggi, progetti a finanziamento europeo, presenza costante nei tavoli euromediterranei — a decidere se quella porta resta aperta.
Undici volte
Mi rendo conto di aver guardato quella coreografia con occhi che non erano soltanto quelli dell’osservatrice. Anch’io sono caduta parecchie volte, e se sono caduta dieci mi sono rialzata undici: è l’unica aritmetica che conti davvero, perché l’ultima volta che ti rialzi è quella che stabilisce dove sei rimasto.
Vale per le persone e vale per le città. Con una differenza importante: una città non si rialza da sola. Si rialza se ci sono decisioni, risorse e qualcuno che non smette di chiederne conto quando gli spalti si svuotano.
L’Atleta ha fatto la sua parte, venerdì sera. Il resto tocca a noi.




